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Mi BarrioAugust 16 Agosto
Non sappiamo più oziare diceva qualcuno, e deve essere per questo che se ti fermi un minuto a non far niente la mente ti si allarga e si distende, e tu riesci a pensare e a sentire altre cose. Ritaglio due giorni di ozio in questa frenetica luglio-agosto, ho inanellato una settimana di impegni dopo l'altra e non ho saputo oziare se non per un paio di fine settimana che sono durati un niente. Dunque, ozio. Le Olimpiadi alla televisione e un paio di raccolte di W.i.t.c.h. da terminare. Un libro di Stephen King spropositatamente grande e scritto meglio di tutti quelli che ho letto finora, e poi soprattutto il divano, dove puoi accamparti per un intero pomeriggio variando il tuo intrattenimento ogni mezz'ora, ogni ora e mezza, sentendoti in una specie di ordinata sala dei giochi. La settima serie di Buffy, che ho tenuto in sospeso senza guardarla per qualcosa come due anni. E' vero, non so più oziare anche perché quando ci provo mi salgono un sacco di pensieri alla mente, mi prendono sensazioni di ogni tipo ad ogni cosa che leggo, guardo, ascolto. Anche davanti a extreme makeover su sky, anche davanti a questi tizi che vanno in bicicletta su una specie di pista di legno in un palazzetto cinese dello sport. L'estate è un bluff: sembra sempre tutta un crescendo, come se dovesse portarti da qualche parte, e quando cominci a comprendere ti accorgi che ti sta portando verso il mese di Agosto, il mese che cancella la vita vera, e tutto è sospeso in una bolla di vacanza del tipo da libro di lettura delle scuole elementari, del tipo da Verena e Renato al mare d'Agosto. Ferie d'Agosto. Dove ti vuole portare è a Ferragosto, un giorno di arsura e di deserto, un giorno di stelle e il falò sulla spiaggia. Ma è un bluff. Ti lascia sospeso per qualche giorno nell'aria, in questa bolla di ferie dove più nessuno è com'è per tutto il resto dell'anno, e la pelle di tutti è più scura, i capelli più chiari. Ci trasciniamo ai tavolini dei caffè senza troppe forze perché "il mare stanca". E poi finisce tutto. Così, annunciandosi con segnali che solo alcuni colgono. Ma quello che mi piace dell'estate, dicevo, è che finisce all'improvviso. E non mi ha mai immalinconito questo, è sempre stato uno dei miei passaggi stagionali preferiti quello tra Agosto e Settembre, e Settembre ha un nome dolce che evoca abbinamenti di frutta col miele, e da piccola mi si stringeva un po' il cuore se pensavo che la scuola riprendeva presto, ma anche un po' no, ero sottilmente un po' contenta ogni volta e questo senso agrodolce del tempo e del vecchio e del nuovo mi è piaciuto talmente tanto allora che non me ne sono staccata mai più. Ma quello che allora non vedevo e che sto imparando a vedere soltanto adesso è che è tutto già dentro Agosto, che il commiato comincia prima ed è già in quell'arsura, quel deserto innaturale che dura lo spazio di un paio di giorni e quell'attimo in cui torni a casa dalla spiaggia e sei scuro che non sembri tu nello specchio, e ti siedi con la pelle che fa calore e hai voglia di tonno, pomodori e chicchi d'uva. Nello stesso posto a meno di un mese di distanza il sole tramonta prima, tu te ne accorgi appena perché è impagabile la luce delle sei e trenta sulla spiaggia del Mingardo, quando ti sembra di fare il bagno nell'oro e il sole si è indebolito di un tratto, la sabbia non scotta più e così ci puoi camminare, ti piace immergerci i piedi e fotografare quella luce così liquida e intensa, l'acqua del mare diventa caldissima e fuori diventa tiepido e lieve, così è come se tutto avesse la stessa temperatura e non ci sono più passaggi bruschi, tutte le linee diventano morbide e i colori migliori e il tutto si trasforma in un benessere fisico improvviso, il momento in cui recuperi tutte le tue forze e i fotografi la chiamano "l'ora magica", perché c'è una luce bellissima che dura poco, un niente, e l'allegria si posa sulle teste delle persone che non possono in quell'attimo non andare d'accordo. Ma non voglio che sembri che scrivo sempre di commiati, e così scrivo anche del solito cuore di Kandrakar, che ho sempre custodito io, per tutto questo tempo. Ho pensato a quando andavamo a scuola e che era bello avere ogni anno la rassicurazione su quanto eravamo cresciute, esattamente di un anno, il cartellino sulla porta dell'aula che veniva sostituito era indiscutibile e aveva per forza ragione lui. Prima C, seconda C, terza C. I ragazzi più piccoli arrivavano e quelli più grandi se ne erano andati. Era inequivocabile e potevi stare tranquilla.
Intanto gli atleti delle Olimpiadi in televisione mi fanno venire voglia di imprese grandiose e di conquistare la gloria. E un cinema con la coca light e il sacchetto di caramelle pieno per metà mi sembra il posto migliore dove passare praticamente ogni serata.
August 07 alcuni utili insegnamentiSi fa quello che si può con quello che si ha.
Non ha senso rammaricarsi di non essere perfetti: siamo imperfetti e questo ci rende noi stessi, la perfezione è noiosa e non varia.
Siamo quello che siamo, siamo nati un modo e non ha senso rammaricarsi di non essere nati diversi. Piuttosto dovremmo cercare di migliorare quello che siamo già, potenziarne il bene, limare il male.
Quello che diventiamo dipende dalle nostre scelte.
Non c'è necessità di sentirsi in colpa.
L'esperienza non falla mai.
(Leonardo Da Vinci) Apple Blossom, The White Stripeshey little apple blossom
per cui alla fine probabilmente farò l'insegnante
Ciascuno cresce solo se sognato di Danilo Dolci
C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo: forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato. C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo: c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato. C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato.
di posti spettraliAl mare e alle montagne, nell'ultima settimana sono stata in due posti in cui per un verso e per un altro c'era silenzio, molto, solo i rumori dell'aria e quelli delle cose quando sono silenziose, e c'erano delle cose ferme a ondeggiare nel silenzio o semplicemente ferme a stagliarsi contro un cielo stellato come se prendesse in giro.
Sulla collina più alta ai piedi delle pale eoliche ci sei solo tu e loro, che stanno ritte nella notte e nel silenzio rispettoso, rispettoso di loro ovviamente, ognuna in una posizione diversa e così chiaramente vive, umane ed esauste ma sovrumane e fiere, e vagamente spaventose contro la notte strapiena di stelle. Noi sul cofano della macchina, le guardiamo. E da un'altra parte sono stata a passeggio sui pontili di legno tra filari di barche, le barche con le cabine e il nome sottilmente ironico e le barche piccole e le barche dei pescatori, con una coperta sopra il groviglio di reti, allineate come bambine. L'aria questa volta è densa e piena d'acqua, e ti ricopre la pelle di un velo di sale e poi ti regala un alito di vento mentre te ne vai. E ho pensato com'è che quando sono in questi posti non mi porto mai dietro una macchina fotografica? E ho pensato che entrambe le volte c'era qualcosa negli oggetti e che non eravamo solo noi, ma noi e gli oggetti, che quindi gli oggetti in qualche misura erano esseri che respiravano quella cosa con noi.
Sia al mare che alle montagne a quanto pare c'è qualcuno che come me e con me può passare lunghi minuti a fissare gli oggetti quando sono viventi e comprenderli, in silenzio.
e dopo il filmIo: "Uau... Christopher Nolan ha scritto il soggetto, la sceneggiatura, lo ha diretto e lo ha pure prodotto!"
A.G.: "E tu non lo sai... Christopher Nolan è Batman!" July 29 non può essereFino a un certo punto della vita abusiamo dell'espressione "non può essere". Forse perché come bambini siamo abituati ad essere il centro del nostro mondo, e concepire qualcosa che si collochi al di fuori delle nostre aspettative per noi è impossibile.
Ma prima capiamo in quale misero angolino di mondo siamo allocati, meglio è.
Perché invece può essere, può essere tutto questo e anche di più. July 28 GFF the day afterRiemergendo per un attimo dal fondo di questa stanchezza, posso dirvi che il Festival è finito e che andarci per la terza volta è molto diverso da andarci per la prima, ma che l'ultima sera del Festival ho avuto tutto quello che potevo desiderare da un'ultima sera, che esattamente quelli che mi aspettavo sono stati infinitamente dolci con me, che c'è stata musica e bei vestiti e persone che ad un certo punto ho lasciato, andandomene da sola nel mezzo della notte, alcune senza salutarle perché sapevo che sarebbe stato troppo triste salutarle con la prospettiva di non vederle forse più. Altre, quelle che sono vicine, ci si vedrà perché queste cose si sentono.
Le persone sono quello che mi rimane anche questa volta come alla fine di qualunque cosa, con tutti i ma del caso.
E poi c'è un'altra cosa. Sono stata proprio brava. Posso fare meglio, ma sono stata brava.
Adesso mi sento pronta all'accadimento fantastico, al piombare del miracolo e del soprannaturale nella realtà. Ho come l'idea che mi divertirebbe molto.
Per cui sbrighiamoci, prego. Giorno 8 in short news - Afterhours tonight
Fin da una certa ora del mattino del Day8, una stanchezza profonda e una specie di malessere fisico composto in gran parte di sonno ma anche di disturbi gastrici, ormonali e psichici si sono adagiati come una coltre opaca sopra lo Staff, falcidiandolo. Per fortuna anche giornate come questa si possono rischiarare, quando quasi in lacrime per la stanchezza evado, mi compro due gelati e una redbull e mi imbuco nel cinema. Ci trovo qualcuno dei traduttori e mi faccio una chiacchiera che mi distrae e pure una risata, e poi io e Ilaria l'interprete ci mettiamo sedute come ragazzine tra le ragazzine, con le gambe incrociate sulle poltroncine in attesa della bimbetta Abigail Breslin, quella carinissima di Little Miss Sunshine. Me la ricordo come una delle cose più deliziose mai viste in un film, con la pancia sporgente e il pantaloncino corto e con quegli stivali rossi e gli occhialoni enormi, bellissima. Ed è stato in fondo un pomeriggio un po' così, un po' da bambine, perché in quel cinema di ragazzine è arrivata Abigail Breslin e si è seduta composta come un'attrice grande ma era in tutto e per tutto una bambina e lanciava risatine, rispondeva veramente divertita ad ogni domanda e partiva con un risolino da bambina sempre, ogni volta che prendeva il microfono. E' stato un incontro molto tenero, molto fuori dagli schemi, un dialogo tra bambini, le hanno chiesto cose tipo "ti è piaciuto girare il tuo ultimo film?", e lei: "ahh mi è piaciuto molto, perché durante le riprese mi hanno regalato una tartaruga". E poi "che cosa hai provato quando hai saputo di essere tra i candidati all'Oscar?" "Beh, mia madre e mio fratello mi hanno svegliata per dirmelo, ero molto contenta... ma era ancora molto presto e perciò poi mi sono rimessa a dormire." Deliziosa.
Qualcosa si è rischiarato nonostante tutto, anche per via dei due gelati e di due panda giganti che trottavano per la Cittadella, e di una parola gentile di un collega e un passaggio in motorino surreale, in motorino dalla cittadella al convento come se non si trattasse di una distanza di circa venti metri. Un poco poco di vento.
Cerco le eccellenze, le differenze, quelli che si notano se sai dove e come guardare, e che altrimenti non si notano perché fortunatamente sono silenziosi.
July 24 GFF Giorno7 - pertanto
Pertanto gli aspetti degni di nota della Giornata 6 del Giffoni Film Festival si sono rivelati quanti seguono:
- Un'aria maggiolina che si è sprigionata a partire da una certa ora del pomeriggio, e che ha reso piacevole il passeggio al sole e la sosta nei coni di luce proprio come in un pomeriggio assai primaverile,
- La mia mise serale, frutto di una ponderata riflessione sull'argomento "oggi mi voglio mettere qualcosa di strano", che ha condotto dopo una lunga mezzora di scelta a: vestito a balze piuttosto lungo e scollato di lino bianco, sdrammatizzato dal jeans sotto - anche perché fa un porco freddo la sera -, pendente con grosso fiore di cartapesta al collo, sandali neri e borsetta/pochette di velluto nero, capelli sul raccolto-sparato sempre nello spirito della sdrammatizzazione, anello con fiore e faccia tosta;
- L'arrivo al Festival di un gentilissimo e signorile Pierfrancesco Favino, che si è meritato una scappata apposita in Cittadella e che ho ascoltato parlare con i giurati seduta in prima fila nel cinema (stranamente ero entrata nonostante il paradosso di Zenone). Abbiamo considerato (Joyce e io) che alcuni si rivelano veramente dei grandi per il solo modo in cui trattano il pubblico e i ragazzini delle giurie nei momenti informali, quando arrivano e si fanno fotografare fuori dal cinema ma intanto chiacchierano, chiedono una sigaretta a un ragazzino, gli dicono che forse è un po' troppo giovane per fumare, e poi durante l'incontro parlano davvero ai ragazzi, fanno il ruolo di quello che è qui per dire a loro delle cose utili e interessanti e non di quello che è qui per farsi chiedere delle cose che gli viene utile e interessante dire. Favino e Servillo sono stati dei gran signori in questo, per chi ha saputo ascoltarli. Dalla prima fila si leva un applauso a due quando un ragazzino della giuria chiede a Favino, interprete di un paio di ruoli da omosessuale, come si pone nei confronti di questo mondo molto spesso oggetto di critiche e pregiudizi. Gran domanda. E lui risponde:
"Quando mi hanno detto che quei personaggi erano omosessuali, per me è stato come sapere che erano vegetariani, che si nutrivano di solo riso bianco. Non si tratta di una caratteristica che definisce la persona, non c'è alcun contenuto etico. Io ho molta ammirazione per chiunque abbia la libertà e la capacità di capire che cosa è meglio per se stesso, dentro e fuori dalla sfera sessuale, in assoluto." Applausi convinti nella sala.
Ma fa che questi ragazzini ne capiscono davvero qualcosa?
I CATTIVI - PART II
- L’ASSISTENTE DEL VETERANO
L’Assistente Del Veterano è un giornalista pure lui, ma non veterano quanto il veterano. Questo fa automaticamente sì che l’assistente del veterano conti praticamente zero, si trasforma in un galoppino sfigato anche se in fondo è uno bravo. E’ una questione di relativismo giornalistico quindi. L’Assistente Del Veterano, tristemente consapevole di ciò, sfoggia sempre un’espressione sofferta e supplice, e una patina di sudore anomala e pure un po’ viscida caratterizza il suo aspetto. L’Assistente Del Veterano sta sempre stanco, sempre esaurito, porta un ingrato peso sulle spalle ed è tutta infamia e niente lode per lui, se lo capite. L’Assistente Del Veterano, a spasso mentre il veterano sorseggia RedBull nella Lounge, si sarebbe guadagnato a buon diritto un posto quantomeno nella sezione purgatorio, se non fosse per un dettaglio. L’Assistente Del Veterano se la tira assai.
- L’ASSISTENTE DEL DIRETTORE
L’assistente del Direttore non si vede praticamente mai, è l’uomo fantasma del Festival. Compare solo ad una certa ora del pomeriggio, adagiato in costosi completi firmati (si è preparato per la sera con un largo anticipo) e/o su lucenti sedili di pelle di certe Mercedes Benz di dimensioni più che anomale. L’assistente del Direttore ha le spalle innaturalmente dritte e una perenne abbronzatura sul volto, pari per persistenza solo alla patina di sudore dell’Assistente del Veterano. L’Assistente del Direttore è l’uomo al quale vengono indirizzate il maggior numero di battute e prese per i fondelli di tutta la società contemporanea, stando agli studi più recenti. Tutte meritatissime, pare.
- QUELLA CHE SI LAMENTA DEL PRANZO
Quando l’ora del pranzo scocca e una gioia in fasce pare baluginare nelle pupille dei portatori di pass, non importa cosa apparirà una volta scoperchiate le pirofile di alluminio: Quella Che Si Lamenta del Pranzo avrà SEMPRE e COMUNQUE da ridire su quantità e qualità, qualità e quantità. Ma non parla subito, non si lascia andare a una critica appassionata e spontanea, magari ludica, goliardica, oh no. Quella Che Si Lamenta del Pranzo prima mangia. Piano, in punta di forchettina e coltellino. In silenzio. Poco a poco capisci la ragione di quel silenzio: si tratta di sdegno. Percezione di un’offesa personale. Quella Che Si Lamenta del Pranzo esprime in questo modo la propria disapprovazione, e vuole che tutti i suoi commensali si assumano una parte della colpa. Per Quella Che Si Lamenta del Pranzo, il ristorante è sempre quello sbagliato e non “ci ha trattati bene”. Concezione tutta meridionale del rapporto cliente-ente, di qualsiasi ente si tratti. Per lei manca sempre qualcosa: oggi non c’è la frutta, mancano i contorni, domani c’è troppo primo (troppo!). Quando ha finito di mangiarsi anche le gambe del tavolo, arriccia la boccuccia in un piglio imbronciato ma con professionalità (Quella Che Si Lamenta del Pranzo ha una curiosa tendenza a coincidere con Quella Che Ha Un Po’ Ritoccato – anche – l’Accento) e afferma: “Eh no, oggi non ci hanno trattati bene… ” Quando poi si alza, barcollando per il peso degli ottocento grammi di pasta e con un paio di meloni interi e una panella delle dimensioni di un neonato ad appesantirne l’andatura aggiunge: “E che ci siamo mangiati oggi? Niente…” tu educatamente ti alzi, saluti e vai via.
- QUELLA CHE HA UN PO’ RITOCCATO (ANCHE) L’ACCENTO
Quella Che Ha Un Po’ Ritoccato (Anche) l’Accento, nonostante sia di Agropoli, parla con un delizioso accento romano. Si potrebbe obiettare che quella che ha ritoccato l’accento lavora a Roma, ma non sta in piedi perché diamine, si vede che è una GROSSA posa. Se hai dei dubbi, guarda come quella che ha ritoccato l’accento cammina e si veste e soprattutto si trucca, perditi a contemplare il bianco assoluto del suo fondotinta, domandati anche tu perché spinge in fuori le labbra in quel modo sexy, e se ti stai chiedendo chi ti ricorda te lo dico io: è sputata sputata a Sabrina Ferilli nell’ultimo film di Paolo Virzì. Quella che alla fine assassina l’amante con un fermacarte di trecento chili, per capirci.
- IL TECNICO DEL COMPUTER
Se salta la corrente, esce il fumo dal monitor, la fotocopiatrice è posseduta da un poltergeist, se tenti di accedere a Internet e Firefox ti piglia per culo in dialetto sardo, chiama chi vuoi tu ma NON il Tecnico del Computer, perché lui sta rotto il cazzo, sempre. Il Tecnico del Computer se ti prende in disparte ti spara in mezzo agli occhi perché gli stai sulle palle. E basta.
- QUELLO/A DELLA SECURITY DEL CINEMA
Al cinema c’è un elenco delle persone che possono entrare, organizzato secondo un ordine di priorità. Ma non importa perché per te funziona come per Achille e la tartaruga: per quanto si avvicini il tuo turno di entrare ci sarà sempre qualcuno che viene prima di te. Lo spazio in mezzo è infinitesimale ed è sempre possibile dividerlo in due parti e ficcarci in mezzo un altro che può entrare prima. Quello Della Security Del Cinema non penso che ne capisca molto di filosofia, ma sadico lo è di sicuro. short newsIl giorno 5 del GFF trascorre immerso in una sonnolenza vaga, arrivano di continuo comunicati smozzicati e scemi, praticamente dei riempitivi-di-sito perché proprio non c'è un cazzo da dire. Quindi non ti puoi allontanare manco per un caffè, e ti arrivano tipo due righe ogni ora e tu ti senti vagamente preso per i fondelli.
Allora appena puoi scappi e questo si traduce in chilometri di scale e di salita che è la naturale conseguenza della discesa, ma la cosa non ti sfiora e hai iniziato pure a sentirti piuttosto atletica, perché vale la pena di fare una scappata in Cittadella appena puoi, scroccare tutto il possibile alla Lounge, salutare qualcuno, fermarsi a raccogliere ghiotte confidenze dall'amico regista della Creative House (che pare conoscere vita e altarini praticamente di tutti), notare che un po' tutti si stanno comprando la maglietta con gli omini sopra che stasera mi comprerò pure io, sorridere a quelli della security, un po' perché i poveri cristi passano lunghe ore sotto il sole, un po' quel tipo di sorriso che vuol dire "c'ho il pass pure io, ah ah ah."
E poi vale sempre la pena perché la Cittadella è colorata e ci sono i giurati, che sono la carne da macello di questo posto (come la mia carrellata dei personaggi evidenzierà) ma alcuni ancora pensano che siano bellissimi con tutte quelle magliette colorate ritagliate e gli zaini pieni di scritte, e i bambini di Kidz con la maglietta gialla che vanno a guardare i cartoni animati e ancora di più i Little Rascals, quelli dai 3 ai 5 anni che hanno avuto in regalo le palline delle Superchicche, una delle quali è scivolata casualmente nella mia tasca.
Questo posto è stimolante da pazzi, se solo hai la possibilità di vivere le cose che succedono: quello che è incredibile è che ci sia chi non si fa coinvolgere nemmeno per caso, nemmeno per sbaglio, anche se potrebbe. Bisogna avere un'insensibilità rara. Anche se ci stai lavorando non puoi fare a meno di esserne affascinato. Credo di avere improvvisamente ricordato il motivo per cui continuo a tornarci anche se ormai mi rendo conto di detestare quasi tutti.
Quasi: una persona molto dolce che porta sempre un cappellino degli yankees e occhiali scuri sembra pensarla esattamente come me.
Io e lei, Joyce, abbiamo passato parte del pomeriggio di ieri a scambiarci le foto del concerto di Caparezza dell'altra notte. Ci siamo appostate insieme per farci una foto con lui perché, scrive lei nel Megablog (tenere il Megablog è il motivo per il quale è stata spedita a Giffoni) ne sentiva davvero "l'obbligo morale".
E la capisco davvero perché il concerto di Caparezza non è stato semplicemente un concerto, è stato uno spettacolo, è stato teatro, è stata riflessione (perché le sue canzoni ti fanno pensare, tutte, anche mentre sei in mezzo al casino e anche se capisci il venti per cento delle parole), ma l'impressione che ho avuto è stata soprattutto quella di un vecchio amico, di un amico che sei andato a sentire suonare. E' strano perché di solito io non mi godo mai veramente i concerti se sono da sola, la condivisione mi sembra il presupposto essenziale della musica in queste situazioni, non saprei dire perché. E invece l'altra sera sono arrivata all'Arena con gli altri, ho guardato parte del concerto vicino a Joyce che faceva un milione di foto, ma ad un certo punto ho approfittato di una breccia nella folla dei ragazzini e me ne sono andata da sola, dvanti a tutti, con Caparezza a un centimetro dal naso. E ho subito notato che il problema della condivisione non si poneva, perché lui ti fa sentire, non lo so, un amico, uno come lui, e ti fa talmente puramente divertire, anche se mentre ti diverti rifletti, non lo saprei spiegare, che non ti si pone nessun problema, che sei puramente felice di essere lì. Una sensazione da concerto inedita, dovete provare.
E' stato un concerto fantastico, fautore di obblighi morali.
Il Giorno 6, nella sala stampa fa quasi freddo e io cerco di scappare alla Lounge a prendermi un caffè ma ancora non ho ricevuto l'ok del "superiore" che scrive in "italiano". Ci deve essere in giro Pierfrancesco Favino e una foto gliela farei.
Appena si calmeranno le acque ruberò qualche foto dei giurati dal Megablog di Joyce (che pare trafughi a sua volta da un fotografo professionista, sono foto molto belle) e aggiornerò l'elenco con nuovi e incantevoli personaggi. Mi vorrei vedere qualche film, ogni tanto, in un Festival del cinema, ma tant'è.
Nonostante la sindrome del terzo anno posso dire che la cosa qui si stia facendo piuttosto divertente, e per coronare l'affermazione vado a svippeggiare un po' in Lounge (non vedo l'ora di mostrare il pass al Security: "ah ah ah!").
Questa mattina, comunque, mi sono svegliata con la precisa sensazione che nella vita avrei dovuto fare la sindacalista.
Certo sono una dio di attaccabrighe.
Update: Veni, vidi, vici (ore 16.00) July 21 Speciale Giffoni 2008
Leggermente in ritardo rispetto all'apertura del Festival arriva lo speciale tanto atteso da tutti, che ci permetterà di addentrarci nel magico mondo della celluloide bambina e adolescente scoprendone risvolti piacevoli e spiacevoli ma soprattutto reali e vissuti, costantemente aggiornati e di bassa manovalanza. Seguici per conoscere l'altra faccia del Festival, e scopri con noi perché è così opportuno nasconderla!
Cominciamo il nostro speciale con una carrellata dei personaggi tipici che è possibile incontrare qui a Giffoni nei giorni del Festival. Ognuno corrisponde a un tipo umano che casualmente può ritrovarsi a coincidere con una persona di identità precisa o anche con più d'una, con decine, migliaia di incarnazioni del personaggio tipico. Precisamente quelle incarnazioni che popolano in questi giorni la Cittadella e il Convento e che non possiamo evitare di notare, ammirare, tratteggiare nella nostra mente e poi nei deliziosi ritratti che seguono. I personaggi sono stati ovviamente organizzati in base a un criterio di giudizi del tutto personali e non-obiettivi. Cominciamo dalla prima sezione: I CATTIVI!
I CATTIVI THE BAD ONES E' MALAMENTE
(PART I)
- IL “SUPERIORE” CHE SCRIVE IN “ITALIANO”
La superiorità del Superiore rispetto a te è in effetti strutturale piuttosto che realmente gerarchica. Dalla Penna del Superiore provengono i comunicati che per tutta la giornata, guidata da una tempistica assolutamente sconnessa degna di una pioggia di saette, sei incaricata di tradurre. L’arrivo del file è preceduto dalle parole “c’è della roba per te” e seguito da un paio di secondi di sincera meraviglia. Per fortuna sono in un’altra stanza così il suddetto personaggio non può godersi lo spettacolo. Il “Superiore” abusa di virgole a cazzo, relative finite senza mai cominciare, ardite metafore dell’esistenza contemporanea forse. Il lessico del Superiore deve essere limitato all’incirca a duecento parole, data la ricorrenza di termini che leggo innumerevoli volte ormai da giorni e che prima della fine del Festival imparerò a detestare, come “ancora”, “continua”, “proiezione”, “previsto”. Li schiferò a morte e non potrò mai più scrivere qualcosa a proposito di, poniamo, una proiezione che continua ancora come previsto. Utilizza i sinonimi, i contrari, o quantomeno costruisci qualche frase appena appena diversa, te ne prego, Superiore. Ma soprattutto, SOPRATTUTTO, non venire alle mie spalle a chiedermi di aggiungere al pezzo virgole a sproposito chiudendo delle parentesi mai aperte, e rispondendo al mio timido “ma qui non ci vuole” con un navigato “ci vuole, ci vuole, nun t’ preoccupà.” E guardati dalle metafore ardite, se come me ami la nostra lingua. Se proprio non la schifi, ecco.
- LA FIDANZATA-DI
La Fidanzata-di non possiede un nome e men che meno possiede un lavoro, quantomeno all’interno del Festival. Fuori da questo posto, è possibile che presti la sua intelligenza sottile ad ogni genere di campo lavorativo nel quale un aspetto carino sia il massimo requisito richiesto. Certo la Fidanzata-di ha i capelli lucenti e le gambe lunghe, e soprattutto dei bei vestitini. La vedi tacchettare in giro per tutta la giornata con una serie di pass appesi al collo tipo chiavi di San Pietro, tra i quali uno su cui figura una scritta “staff” del tutto ingiustificata. E’ divertente avere a che fare con persone come lei, perché puoi sfotterle all’inverosimile anche guardandole in faccia e loro non se ne accorgeranno mai. In ogni caso, devo avere il vestito che aveva ieri sera.
- QUELLO CHE NON HA IL TUO NOME IN ELENCO
Quello Che Non Ha Il Tuo Nome In Elenco non ce l’ha a priori, dato che ti risponde talmente fulmineo da farti concludere che non avrebbe avuto il tuo nome in elenco qualunque fosse stato il tuo nome. “Scusa io sarei…” “… Ehhh no mi dispiace!”
Quello che non ha il tuo nome in elenco purtroppo non è colpa sua, è solo che non gli hanno passato il tuo nome nell’elenco. Più di tanto non ti deve dire, non ti deve spiegare, lui non deve alcuna spiegazione a nessuno e tanto più a te che non sei nemmeno nell’elenco.
- IL FOTOGRAFO CINEFILO
Il Fotografo vive una condizione ingrata e sofferente, è costretto a lunghi scarpinetti sotto un sole inclemente ed opaco, appostaggi di interminabili mezzore, andirivieni in cerca di salette internet con trasporto di macchinari pesanti, teleobiettivi, infami tracolle. La ricompensa sembrerà arrivare quando finalmente lui, l’attore, uscirà dalla Lounge scortato da settemila bodyguards e sfilerà davanti a loro, il gruppo dei Fotografi, dal quale si solleveranno voci che suoneranno pressappoco (quando va bene): “Tom! Tom! Look here!” Ma l’attore non si gira, maledetto bastardo. Forse perché stavi chiamando Tim Roth, amico Fotografo.
- IL CALCIOFILO 2.0 (con pass)
Il Calciofilo 2.0 è la principale specie di occupatore abusivo di postazioni Internet di cui si abbia notizia nel mondo occidentale. Anche se, pensandoci meglio, il Calciofilo 2.0 deve essere un’anomalia tutta italiana. In qualunque contesto del Festival, in qualunque momento, qualunque sia l’urgenza che richiede l’utilizzo del suddetto computer da parte di chiunque, il Calciofilo è arrivato prima di te e si è piazzato davanti al sito del Corriere dello Sport, della Salernitana Calcio, delle scommesse sportive, del calciomercato, e naviga naviga naviga beato e molesto, credendosi nonvisto. Così scorre il tempo della tua vita in attesa e pure di quella del Calciofilo. Ah, il Calciofilo 2.0 è generalmente un giornalista ma mica un giornalista sportivo.
- QUELLO CHE GLIENE FOTTE
Quello Che Gliene Fotte del Festival generalmente è uno che ha una posizione piuttosto importante, che sta abbastanza in alto. Sufficientemente in alto da avere accesso un po’ a tutti i luoghi e gli eventi, da poter gestire i suoi tempi come gli pare, e da poter quindi vivere il Festival in pieno, in assoluta libertà. Potrebbe andare a guardare i film, seguire i dibattiti, guardarsi intorno, capire cosa succede in giro. Ma lui è uno che del Festival in fondo gliene strafotte, e così passa il suo tempo a fumare e prendersi caffè, e quando potrebbe andarsene a vedere qualcosa di interessante se ne resta in ufficio a chiacchierare con la fidanzata su messenger. Quando finisce di lavorare ritorna a casa e non viene a cena al Convento, non guarda i concerti, e non si unisce a nessuno dei piccoli riti del Festival perché dovete capire che a lui del Festival sostanzialmente gliene fotte.
- IL REGISTA EMERGENTE
Il Regista Emergente è la star della Creative House, il cocco del Direttore e il mito delle ragazzine. Indispensabile gadget in dotazione al Regista Emergente è il cappello sulle ventitrè, senza il quale si sente nudo, solo, defraudato del proprio talento creativo.< | |||